Sorprendentemente

Phoenix-5

Sorprendentemente riesco a ri-conoscermi, riesco a vedermi di nuovo.
Sorprendentemente a volte ho ancora bisogno di fermarmi, prendere qualche secondo e capire che io sono qui, ma non sono più io, o almeno quell’io che ero solita conoscere, non c’è più.
Sono nuova? Sono diversa?
O forse sono semplicemente rinata?
So che sono innamorata e questo mi dà ancora più consapevolezza del coraggio che pensavo di non avere.
È incredibile come un corpo riesca a riprendersi da ferite profonde, ed è ancora più incredibile come il tempo, che mesi fa vedevo come unico nemico, crudele e imbattibile, mi abbia salvato.
Mia madre mi aveva avvertito, “tutto passa” e io non le credevo, troppo testarda, troppo aggrappata a quell’illusione che ogni giorno si frantumava e io, come con un mucchietto di sabbia bagnata, cercavo di ricostruire.
In ginocchio, con i pugni serrati per tentare di conservare quel minimo di sabbia che avevo tra le dita. Essere troppo vicina alla riva e vedere il mio castello, il frutto di tutto il mio impegno venire costantemente indebolito e distrutto dalle onde, e io che ricominciavo, sporcandomi sempre di più, ferendomi sempre di più.
Finché il mare non ha inghiottito pure me e in mezzo a tutta quell’acqua è difficile trovare ogni granello di sabbia che avevo conservato.
Sorprendentemente ho aperto le mani, lasciando andare tutto.
Sorprendentemente quel castello, quel rifugio, che tentavo di costruire per 10 anni non lo vedo più, o meglio, lo vedo per quello che è stato: un errore, che ho voluto consapevolmente commettere, di cui mi pento solo in parte.
Sorprendentemente mi ritrovo a pensare che ho meno colpe di quanto mai abbia potuto immaginare, che probabilmente quel mucchietto di sabbia doveva restare lì, sparso ovunque, chissà dove, senza di me.
Sorprendentemente (ammetto con arroganza) mi ritrovo a pensare che non sono io ad aver perso quel mondo, ma è quel mondo che ha perso me.
Sorprendentemente lasciarlo lì, non mi fa più male.
Non averne più bisogno mi stupisce perché mai avrei creduto di farne a meno e invece, eccomi qui: io non ho più bisogno di lui e mai più ne avrò bisogno.
Sorprendentemente è già passato un anno e io, contro ogni mia aspettativa, sono riuscita a pulirmi da tutta quella sabbia che avevo addosso, sono tornata a riva e mi sto allontanando sempre di più, passo dopo passo, lasciandomi tutto alle spalle.
Sorprendentemente sto abbandonando quel rancore e quella rabbia che mi distruggevano. Mi godo, invece, ogni giorno, con intensità crescente, la Gioia che, ora, abbraccia ogni mio istante.
Il mio rifugio sono io.
La mia felicità non parte più da un castello di sabbia, ma da me e ora più che mai la voglio difendere, senza metterla mai più da parte.
Sorprendentemente, ma nemmeno troppo, scopro la mia resilienza.

C’era una volta…

Questa è una storia comune.
Non è la solita storia della principessa e del “vissero per sempre felici e contenti”.
Non è la solita solfa del cavaliere senza macchia e senza paura che salva la principessa indifesa.
È una storia banale, normale, disfunzionale, di una ragazza banale, normale, disfunzionale.
Questa storia non ha una morale, non ha una fine, ed effettivamente inizia così, a metà.
Immaginate semplicemente una ragazza, a cui, un giorno, di circa 365 giorni fa, strapparono via il cuore, buttandolo da qualche parte lontano.
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È molto semplice il dolore che ne scaturì.
La perdita dell’ingranaggio fondamentale può far perdere il lume e la ragazza, perduto il cuore, perse la ragione, l’amore e la dignità. Cadde a pezzi.

Si incamminò in una disperata ricerca del suo cuore, ormai creduto perso per sempre.

Davanti a sé vedeva una vita insensata e folle, senza cuore e in una cecità folle e insensata iniziò a vagare.
Si gettò in acque profonde e torbide, solcò terre aride e desertiche e in quel cammino così faticoso portò con sé Solitudine e Sofferenza, non vedeva nient’altro accanto a sé.
Nient’altro che lacrime e un vuoto terribile addosso, che ad ogni secondo la divorava da dentro.
Solo tenebra.
Nient’altro che buio, nient’altro che una costante scalata verso una luce lontanissima e debole.
Davanti a sé l’evidenza di una ferita così profonda e irrecuperabile, ma dietro di sé e intorno a sé, con sua grande sorpresa, lentamente scoprì una folla, pronta a sostenerla nei momenti di cedimento e un grillo parlante sulla spalla.
E i suoi occhi tornarono a vedere e la sua pelle a percepire.
Percepire la famiglia, ascoltare gli amici, incontrare persone nuove.
Lentamente, dalla polvere ricompose i suoi pezzi, si stava abituando all’assenza di cuore, ma la folla la incoraggiava a continuare, e cercare. La ricerca, non più disperata, si fece fame di emozioni. Il cuore non era affatto perso. Doveva solo continuare a cercare, attentamente.
Passarono i giorni. Le settimane. E imparò di nuovo a respirare, normalmente.
Quell’assenza si trasformò e divenne sempre più leggera.
Ritrovò nel suo riflesso se stessa, ma diversa e nuova, rigenerata.
Viva.

E un giorno, uno di dotunfolded-1816704quei giorni in cui non ti aspetti la meraviglia, un ragazzo dolcemente le indicò il cuore e lei sussultando si accorse che era proprio lì, dove era solito stare e lo sentì di nuovo battere.

 

 

 

Ma questo è solo l’inizio di un’altra storia.

Ritrovare la leggerezza

Esiste un momento in cui tutto è più leggero: pensieri, parole, idee, sospesi in un sospiro di sollievo, fragili e lontani.
Questo momento si racchiude nell’alba dell’anima: l’attimo durante il quale si passa dal sonno alla veglia.
In quel perfetto momento tutto è semplice, trasparente, senza macchie, senza peso, senza negatività, e viene il sorriso. In quel momento sto bene, poi mi devo alzare e il peso torna. Tutti i pensieri, tutte le idee, tutte le emozioni sbattono sul cuore, come se fino a quel momento fossero state sollevate e poi lasciate andare di botto e il colpo è così forte e violento che dell’attimo prima ho una nostalgia tremenda.
Se mi fermo a pensare però, se analizzo le emozioni, le idee e le parole la posso ritrovare quella leggerezza e non voglio perderla.

“E invece ti sei iscritta in palestra” #02 – IL SENSO DI COLPA

Dopo esattamente un mese sono tornata in quel tugurio che la gente comune chiama “palestra” e mi sono resa conto che la spinta che manda avanti il mondo è quella voce, fastidiosa, martellante e nascosta che propone i peggiori sentimenti verso noi stessi ovvero il senso di colpa.

Di solito, il sabato, in particolar modo la mattina, in palestra ci sono:
– io
– qualche alieno femmina che corre sul tapis roulant per due ore filate senza sudare
– un paio di fomentati che sollevano quintali
– 2 allenatori che cazzeggiano davanti al pc o agli attrezzi.

Civilmente tutti conviviamo nello stesso spazio.
CIVILMENTE.

Sabato 25 gennaio 2014, mattina, c’era il delirio.
Ero partita motivata, lo giuro, ma appena sono entrata in quell’antro affollato, intriso di sudore, chiacchiere da oche e pseudomusica, m’è preso il panico. Volevo scappare.
Notando che tutti gli attrezzi erano occupati, che degli energumeni, mentre sollevavano pesi, si lanciavano in urla strazianti, che una specie di panda-milf col trucco gocciolante mi ha quasi aggredito quando ho messo gli occhi sulla fitball, l’orrore e la paura sono cresciuti dentro di me.
Mi sono seduta in un angolo, lontana da tutti, e ho osservato.

Tutto quel caos era la controprova che il senso di colpa ovviamente esiste, è intenso e soprattutto doloroso.
Ti fa soffrire tanto, in maniera profonda.
Soprattutto se Gennaio è il mese dei buoni propositi, è il mese che viene dopo Dicembre, dopo le abbuffate galattiche, dopo le giocate a carte fino a tarda notte con abbuffate galattiche, bevute galattiche, dormite galattiche.
Perché i 70kg di pandoro con la crema non sono dietetici; la carne, il pesce, il tavolo che hai mangiato da qualche parte si appoggiano, e tu sai che dopo il 6 Gennaio quella voce si presenterà, facendoti notare che sei diventata la madre incinta di Moby Dick, e che devi darti una regolata.
Di conseguenza partiranno tutte quelle idee geniali tipo:
“Quest’anno vita regolare: andrò a correre tutti i giorni, mangerò cibo sano e mi impegnerò affinché possa raggiungere la pace interiore.”

E la palestra, ovviamente, secondo i tuoi ragionamenti, ubriacati dal senso di colpa, è il posto migliore dove trovare la pace interiore. Sei un genio!
Il dolore e lo sforzo fisico ti metteranno alla prova e tu cadrai sotto di essi.

Mi sono alzata dal mio angolo, ho acceso la musica nelle orecchie, ho salutato il mio allenatore, ho preso la porta e me ne sono andata.
Tante parole, tanti propositi, tante aspirazioni, ma l’energia, prima o poi, diminuirà per portarli a termine.
Tutti, prima o poi, rinunceranno, e tutto tornerà come prima: un sabato mattina normale, vuoto e sereno.
Senza sguardi di ghiaccio/fuoco se ti avvicini a qualche attrezzo e senza lunghissime attese per utilizzare il tapis roulant “solo un minuto e te lo lascio” (sììììììì, credici.)
E ritrovata la normalità, io riavrò la mia maledetta fitball e forse troverò la pace interiore!

Fanculo Senso di Colpa, io ti batto col piacere di mangiarmi un gigamuffin al cioccolato!