TGIF #08

Buongiorno! E finalmente anche questa settimana è andata!
Una settimana piena, piena di momenti inaspettati, piena di imprevisti, piena di impegni, piena di promesse a me stessa infrante, piena di leggere rivelazioni.

E questa giornata è così leggera, che mi sento leggera anche io, perché dopotutto la leggerezza non è poi questo peccato.

E cos’è che mi rende così fluttuante leggera?

  • I gesti piccoli e gentili: un messaggio, un ricordo, un profumo. Cose che rimandano indietro o avanti nel tempo e fanno sorridere.
  • Il coraggio di poter condividere il silenzio. Dopotutto ci si esprime anche senza dire nulla.
  • La musica, ovunque, dovunque.
  • Una fettona di cheesecake preparata col cuore!

 

#TGIF 02

E anche oggi è venerdì.

Tutto ciò che mi scalda il cuore:

  • Le ricorrenze felici.
  • I discorsi stupidi ed esilaranti con le mie sorelle, che mi sollevano anche quando sento il vuoto dentro.
  • Svegliarmi; temere di non aver sentito la sveglia; guardare l’orologio e constatare, nella felicità più assoluta, che posso dormire ancora diverse ore prima che la sveglia suoni.
  • Il freddo invernale che finalmente si avvicina.
  • Divertirmi come una bambina, con un ragazzo veramente strepitoso.

E tu come lo chiami?

E tu come chiami questa scossa che mi fa respirare in un abbraccio forte e sicuro.
E tu come chiami questa gioia densa che si espande e che riesco quasi a toccare.
E tu come chiami questo calore che mantieni vivo in ogni istante.
E tu come chiami la percezione di te, anche quando non ci sei.
E tu come chiami la mia solitudine che si allontana.
E tu come chiami il mio dolore che si spegne, ad ogni tuo sguardo.
E tu come chiami questa libertà che ogni giorno mi dai in dono.
Io un nome ce l’avrei da dare a tutto questo, ed è il tuo.

C’era una volta…

Questa è una storia comune.
Non è la solita storia della principessa e del “vissero per sempre felici e contenti”.
Non è la solita solfa del cavaliere senza macchia e senza paura che salva la principessa indifesa.
È una storia banale, normale, disfunzionale, di una ragazza banale, normale, disfunzionale.
Questa storia non ha una morale, non ha una fine, ed effettivamente inizia così, a metà.
Immaginate semplicemente una ragazza, a cui, un giorno, di circa 365 giorni fa, strapparono via il cuore, buttandolo da qualche parte lontano.
large
È molto semplice il dolore che ne scaturì.
La perdita dell’ingranaggio fondamentale può far perdere il lume e la ragazza, perduto il cuore, perse la ragione, l’amore e la dignità. Cadde a pezzi.

Si incamminò in una disperata ricerca del suo cuore, ormai creduto perso per sempre.

Davanti a sé vedeva una vita insensata e folle, senza cuore e in una cecità folle e insensata iniziò a vagare.
Si gettò in acque profonde e torbide, solcò terre aride e desertiche e in quel cammino così faticoso portò con sé Solitudine e Sofferenza, non vedeva nient’altro accanto a sé.
Nient’altro che lacrime e un vuoto terribile addosso, che ad ogni secondo la divorava da dentro.
Solo tenebra.
Nient’altro che buio, nient’altro che una costante scalata verso una luce lontanissima e debole.
Davanti a sé l’evidenza di una ferita così profonda e irrecuperabile, ma dietro di sé e intorno a sé, con sua grande sorpresa, lentamente scoprì una folla, pronta a sostenerla nei momenti di cedimento e un grillo parlante sulla spalla.
E i suoi occhi tornarono a vedere e la sua pelle a percepire.
Percepire la famiglia, ascoltare gli amici, incontrare persone nuove.
Lentamente, dalla polvere ricompose i suoi pezzi, si stava abituando all’assenza di cuore, ma la folla la incoraggiava a continuare, e cercare. La ricerca, non più disperata, si fece fame di emozioni. Il cuore non era affatto perso. Doveva solo continuare a cercare, attentamente.
Passarono i giorni. Le settimane. E imparò di nuovo a respirare, normalmente.
Quell’assenza si trasformò e divenne sempre più leggera.
Ritrovò nel suo riflesso se stessa, ma diversa e nuova, rigenerata.
Viva.

E un giorno, uno di dotunfolded-1816704quei giorni in cui non ti aspetti la meraviglia, un ragazzo dolcemente le indicò il cuore e lei sussultando si accorse che era proprio lì, dove era solito stare e lo sentì di nuovo battere.

 

 

 

Ma questo è solo l’inizio di un’altra storia.

60.

60 è una grandezza percettibile, più di ogni altra.

60 sono i secondi e i minuti, che formano tante unità.  Un po’ come te.
E’ un numero tondo e sibilante.
60 era, un tempo, voto d’eccellenza e ora di sufficienza.
60 è variabile. Proprio come te.
Se ci metti una °F vicino per te fa freddissimo, per me non troppo, mentre se ci metti una °C  è caldissimo, ma tu stai bene e non suderesti nemmeno in quell’occasione.

60 e più sono le prove, forse, che hai dovuto superare per diventare così, per diventare un ossimoro vivente, una creatura dolce e dura, fragile e potente.
Io dentro questi 60 un po’ ci sono; ci sono per poco meno di 3 volte.  Precisamente 2,3 ma arrotondiamo; a noi che ci piace!
Sappiamo però che ci sono un po’ troppo, nei modi, nel sorriso.
E ora non mi infastidisce più quando mi dicono che sono uguale a te, perché me ne rendo conto anche io, che ci sei tu in quello che dico, quando mi muovo e, a parte gli occhi, ti assomiglio più di quanto possa immaginare, o di quanto io possa capire.

60 saranno le volte che controlli il telefono. Facciamo anche 60 mila.
Perché è l’unico aggancio con noi, ora che stiamo lontano, ma nemmeno troppo.

60 e più sono le volte che in un anno ho riso con te. 60 sono i battiti del mio cuore rivolti a te.
60 non sono le volte che ti penso alla giornata, perché so sempre che ci sei, anche se sei in silenzio, anche se non ti vedo.
Mi sei accanto, e anche se non te lo dico, 60 dovrebbero essere le volte che al giorno ti dico “ti voglio bene”, ma noi non siamo così.  Basta una telefonata o un cuore su whatsapp, ora che anche tu sei 2.0.
Basta un “anch’io” ogni tanto, per farlo pesare 60 tonnellate.
E 60 tonnellate d’amore sono tante e vedo che a volte non riesci a reggerle e quindi è normale che ti serva una mano.
E non sentirti sola, ma felice, non sentirti persa, ma presente!
Io ci sono, in piedi vicino a te, anche se non mi vedi, malgrado ancora pensi che non riesco a camminare o tenere la testa; quella mano forte te la stringo pure io, perché dividerlo quel peso non è poi così sbagliato!

21900 sono i giorni che hai, 720 mesi, 60 anni, è una vita, tutto dentro quelle spalle un po’ curve-insicure, ma così capienti e forti.

E l’amore, quello ne hai tanto, molto di più di quanto immagini!
Quindi Mamma, tanti auguri.

Ti voglio bene!