Non ho molto da offrirti

E dopo un mese da quel sì, continuo a pensare che non ho molto da offrirti, ma ho da offrirti tutta me stessa.
Ancora non so se è un bene o un male.
Perché me stessa è un ammasso informe di virtù e vizi che non hanno linee ben definite, sfumano continuamente dai colori più accesi a quelli più spenti, ma mi consolo pensando che tutti sono così, con i loro pezzi opachi e brillanti, con la loro luce e la loro ombra.
Ho poco da offrirti, un cuore un po’ ammaccato, un paio d’occhi scuri che non riescono a fissare bene la realtà e si muovano da una parte all’altra, tanti dubbi e insicurezze, rabbia feroce a volte, ma anche ilarità e tenerezza, un’intera schiena dove posare i pesi e tanta voglia di felicità.
La felicità non è scontata ed è paradossalmente sofferta, la felicità è una scelta che si conferma ogni giorno e con te ogni giorno voglio essere felice.
Ma felice da far schifo!

 

Who am I? I’m a Sense8.

Ho atteso da dicembre a maggio contando i minuti che mi separavano dalla seconda stagione di un capolavoro generato dalla mente delle sorelle Wachowski: Sense8.
Ne ho parlato QUI alcuni mesi fa.
Ho dichiarato il mio amore incondizionato verso un prodotto televisivo complesso e con un senso molto più profondo rispetto al genere che narra.

Ma cosa o chi è un Sensate?
Un sensate è un individuo che ha la capacità di collegarsi fisicamente e sensibilmente con altre persone sensate.
Ogni sensate appartiene ad un gruppo (chiamato cluster), ma può anche interagire con altri sensate non appartenenti al suo cluster.
Quello che prova un sensate lo provano tutti i membri del cluster.
Tutte le sensazioni, emozioni, stati d’animo sono condivisi e supportati all’unisono.
Il sensate, secondo il progetto Wachowski, rappresenta una evoluzione della specie umana, che in potenza può rappresentare una minaccia per l’esistenza dell’homo sapiens, ma che realmente attraverso le capacità empatiche e di comprensione può solo aiutare a migliorare l’umanità.

Sense8, a prescindere dalla trama in sé, lancia un messaggio fondamentale: la sconfitta delle diversità e la comprensione del prossimo.
Sense8 denuncia che il comune denominatore della specie umana dovrebbe essere rappresentato dalla sensibilità e dalla comprensione di essere tutti uguali e che genere, razza, classe sociale non contano.
Le Wachowski mostrano gli orizzonti vitali e sociali che già sono costantemente davanti ai nostri occhi, ma che, purtroppo, dimentichiamo di ammirare.
Con sensibilità ed emozione ci mostrano l’angoscia della solitudine e la tristezza del dolore che possono essere sconfitti soltanto dall’abbraccio della comprensione e dall’empatia.
Sense8 usa il significato duale del termine umanità.
Umanità inteso come genere umano e come sentimento di fratellanza che nell’ultimo periodo storico stiamo man a mano trascurando.

Sono due i fondamentali filoni tematici della serie:
1) Il senso dell’amore incondizionato, familiare.
Sense8 si concentra sull’amore incondizionato, che ci spinge a dare il meglio alle persone a cui teniamo; alla famiglia che ci creiamo nel tempo.
Famiglia intesa come quella cerchia di persone, che non rappresenta soltanto i parenti ma anche gli amici: le persone che teniamo nel cuore.
L’unione importante che rappresenta quelle persone che ci conoscono che ci sono accanto a qualunque costo, che ci aiutano nella solitudine e che ci accettano per quello che siamo.
Quelle persone con cui possiamo piangere e ridere liberamente e che ci capiscono anche nel silenzio.
2) L’uguaglianza nella diversità.
L’uguaglianza nella diversità, lo so è un ossimoro, ma aiuta a capire quanto questo progetto tenti di abbattere i muri della diversità, che effettivamente non esiste.
Io non sono né più  né meno diversa rispetto a tutte le persone che mi circondano.
Le Wachowski ci spronano in maniera effettiva a metterci nei panni altrui, per capire esattamente cosa può percepire un’altra persona e se lo facessimo davvero scopriremmo che quella persona non prova altro che le nostre stesse emozioni e sensazioni.
Il messaggio è molto elementare e il concetto che ne viene fuori è molto semplice, ma purtroppo nel XXI secolo ancora crediamo agli stereotipi, alle convenzioni sociali e tralasciamo il senso di comunità, illudendoci che il nostro spazio di solitudine sia esclusivo, quando tutti siamo esclusivamente uguali.

Quindi tornando alla domanda, cosa o chi è un Sensate?
Noi, tutti, siamo sensate.
Dobbiamo soltanto aprire un po’ di più gli occhi e riuscire a metterci nei panni del prossimo, riuscire a far scattare quel minimo di comprensione che non ci pone al di sopra o al di sotto, ma che ci pone sullo stesso piano di chiunque e che ci offre una prospettiva più ampia, più generale e più generosa del mondo.

Vi lascio con la scena che più mi ha colpito e commosso ed emozionato:

Who am I?
Do you mean… Where I’m from?
What I one day might become? What I do? What I’ve done?
What I dream? What you see or… What I’ve seen?
What I fear?
Do you mean? Who I love? What I’ve lost?
Who am I?
I guess who I am is exactly the same as who you are.
Not better than. Not less than.
Because there is no one who has been or will ever be exactly the same as either you or me.

 

9 verità e una bugia. (14)

  1. Cambio il tema del blog ogni tot perché mi annoia moltissimo mantenere il blog statico. So che è una mossa controproducente, ma continuo nella speranza di trovare il template della vita!
  2. Quando mi imbarco in un compito o in un progetto che non riguarda specificamente le mie competenze e riesco nella realizzazione, penso sempre che il “successo” (quando c’è e se c’è) sia il frutto di un clamorosa botta di culo.
    Non credo affatto nelle mie capacità.
  3. La fiducia che ripongo in me medesima è pari al numero della farina per la pizza.
  4. Spesso mi sento un rifiuto, ma è una sensazione che sto imparando a controllare.
    Dopotutto anche l’umido viene utilizzato per far sì che diventi qualcosa di utile.
  5. Il mio ragazzo mi ripete che ho grande fantasia, io penso più che altro di avere una grande capacità di sparare enormi cazzate.
  6. Non sono così permalosa come le persone che mi sono vicine pensano.
  7. Sto meditando su una possibile cancellazione temporanea dai social network.
  8. Quando rientro da lavoro, la prima cosa che faccio è togliermi le scarpe e infilare le ciabatte.
  9. Credo che l’Amore, quello vero, incondizionato, è percepire la sensazione di sentirsi a casa e la libertà di ridere senza freni.
  10. Ho appena realizzato che il punto 9 sarà il tema di un nuovo articolo.

Buongiorno!

 

Sense8 e un’orgia di sensazioni 

Netflix ormai è diventata una dipendenza.
Andrò dagli ASN (Anonimi Spettatori di Netflix) a fare qualche seduta e poi ricadrò nel baratro, ma nel frattempo, malgrado l’assuefazione, sono abbastanza lucida da proporre una delle serie tv migliori del mio 2016.

In attesa dello speciale episodio di Natale, parliamone!

sens8

TRAMA:
Dopo il misterioso suicidio di una donna, 8 persone di nazionalità diverse, che affrontano realtà apparentemente diverse, entrano in contatto sinaptico/empatico l’una con l’altra, formando un cluster di sensate
Whispers, personaggio malvagio e crudele, dà loro la caccia per sterminarli.
Per salvarsi, oltre ad accogliere l’aiuto di Jonas, un altro sensate piuttosto ambiguo, il cluster dovrà contare sulle sue eterogenee forze.

Descritta così, potrebbe trattarsi di una comunissima serie tv di fantascienza, con qualche sfumatura di paranormale, ma non è così ordinaria come sembra.

È una serie tv intrinsecamente filosofica, che attraverso un sistema di logica induttiva tenta di argomentare tesi che vanno dall’evoluzione genetica alla sofferenza della Solitudine, dall’empatia dell’Amicizia al tentativo di vivere la più grande incognita che ci troviamo davanti ogni giorno: l’Amore, in tutte le sue forme e dimensioni.

Il prodotto, non a caso, è targato Wachowski e quindi non perde occasione di:
– esaminare diverse prospettive di vita.
– interrogarsi sui massimi sistemi della realtà.
– offrire respiro alle percezioni sensoriali umane.

E tenta di amalgamare i tre punti precedenti analizzando l’emarginazione delle vite dei protagonisti, unendoli in un’orgia di sensazioni, non soltanto carnali, ma complete e universali.
Tutto ciò che percepisce un componente del cluster lo percepisce l’intero cluster.
Il senso opprimente di solitudine si esclude attraverso il senso di empatia e di “comunanza”.

La tristezza, la felicità, la passione, il sesso, la paura, la rabbia, il dolore; è tutto singolo ma plurale.
Tutto vissuto all’ennesima potenza perché compreso e completamente condiviso.

Il concetto di sensate è proprio il vissuto emotivo della quotidianità e la riscoperta dell’autenticità e della potenza delle emozioni.
Ed è esattamente qui che si fa potente la critica sociale delle Wachowski.
L’originalità dei sentimenti viene riscoperta in un mondo che si evolve soltanto a livello globale, tecnologico e digitale e lascia da parte l’essenza dell’esistenza, l’umanità.

Al di là dei fatti contingenti alla serie tv, siamo di fronte ad una precisa visione della realtà.
8 ragazzi che vivono la vita, affrontando le responsabilità, i dolori e le gioie, combattendo giorno per giorno la quotidianità di affrontare sé stessi, cercando l’accettazione, cercando l’equilibrio tra ciò che sono e come vengono percepiti.

E secondo questa logica tutti siamo sensate.
Tutti siamo alla costante ricerca dell’Accettazione, dell’Amore e dell’Empatia con i nostri simili, a prescindere da provenienza, genere, religione e condizioni sociali.

Le Wachowski tentano di spronare lo spettatore, esortandolo ad abbandonare le simulazioni di contatto umano delle piattaforme online e a rendere nuovamente reale e soprattutto tattile l’interazione, riscoprendo quanto è intenso vivere concretamente le emozioni.

Donne, e uomini, ribelliamoci!

Sono indignata, completamente indignata da un articolo di RepubblicaDonna, che recita  “Le 25 cose che le donne dicono e gli uomini non capiscono.”

L’articolo allude a 25 frasi o semplici parole che le donne pronunciano e che gli uomini non capiscono o contraddicono, scadendo nella banalità di un pressappochismo scontato e gretto.
Le frasi descrivono una donna capricciosa, ansiosa, insicura e prepotente di fronte ad un uomo poco consapevole, imbranato e disattento.
Ritengo che questo articolo è un insulto a donne e uomini, sostengo che se riuscissimo ad aprire il cervello alle nostre emotività riusciremmo a dare una lettura molto più profonda.
L’articolo si accontenta della banale idiozia stereotipata; contestualizzazione e analisi psicologica non sono minimamente contempletati.
Le relazioni, donna-uomo, uomo-uomo, donna-donna, non si costruiscono così,  si costruiscono nella consapevolezza dell’altro e nella responsabilità di riconoscere di far parte di mondi diversi che si scontrano, si incontrano e a volte, se si è abbastanza fortunati, si uniscono.

Io non mi intendo di relazioni, sono una frana, ma non sono così scontata. E soprattutto tendo a migliorare tutti quei difetti che vedo e di smussare i miei limiti nella volontà di fondare un rapporto di fiducia solido.
Mi rifiuto di essere categorizzata in una serie di insulti sia all’intelligenza femminile, che a quella maschile.
Dobbiamo ritrovare la sensibilità, le emozioni.
Costruire un muro di semplici giochetti manipolatori non ha niente a che vedere con un ideale di rapporto serio e profondo, basato sul quel sentimento così travolgente che è l’Amore.

Ritroviamo un minimo di umana intelligenza! Un legame dovrebbe essere sincero e concreto, non chiuso in mezzucci che “affondano” qualsiasi tipo di dignità e di identità di genere.


  1. Caro uomo e cara donna, la questione non è poi così semplice, è necessario contestualizzare la situazione. È vero che “niente” può significare “tutto”, ma può significare anche “niente”. Abbiamo a che fare con muri emotivi, dobbiamo capire effettivamente e delicatamente cosa stia succedendo, non tanto affannarci nel risolvere in fretta,  “scoprire in fretta” la matassa; molto spesso la fretta peggiora semplicemente le cose.
  2. .
    Le persone hanno continuo bisogno di rassicurazione, non soltanto nell’aspetto fisico, ma nell’aspetto dello spirito. La domanda “pensi che questo vestito mi ingrassi” nasconde un’insicurezza di fondo, nasconde la disperata richiesta di accettazione, difetti compresi. E non pensate che per gli uomini sia differente! Tutti invecchiamo, tutti diventiamo più brutti e rugosi, ma avere qualcuno che ci ricorda quanto siamo “belli” a prescindere dall’aspetto fisico ci può riempire di sicurezza e farci vivere con meno affanno quella ricerca costante di accettazione che tanto è necessaria per sentirci bene con noi stessi.
  3. “Gira al largo”. No, non mostrarti carino, non cercare il riavvicinamento, non fraintendere, non considerarlo un permesso. Va preso alla lettera, è un divieto.
    Non è assolutamente un divieto. È l’espressione di un diritto. Hai assolutamente il diritto di non volere più intorno quella persona. Ed è un tuo diritto dimostrarglielo, civilmente. Qualsiasi tentativo di riavvicinamento, se non dichiarato, sarà interpretato come un’intromissione e ognuno ha il diritto di difendersi.
  4. “No”. Vuol dire no. Punto.
    Niente da obiettare. L’unico punto logico.
  5. “Sì”: in alcuni casi vuol dire “no”. Ci sono eccezioni ed è davvero difficile distinguere un vero sì da un falso. Statisticamente, l’uomo sbaglia sempre.
  6. “Forse”. Vuol dire comunque “no”.
    Se “no” significa “no”, perché “sì” dovrebbe significare “no”? Se la donna (o l’uomo) ha turbe mentali al tal punto da essere bipolare, la colpa non è dell’uomo (o della donna) che “sbaglia sempre”, ma della persona che non esprime sinceramente quello che sente. Ovvio che dimostrarsi vulnerabili è difficile, e serve una buona dose di coraggio, ma non scadiamo in questo circolo vizioso immaturo e irresponsabile che porta soltanto alla (auto)distruzione. Uguale per il “forse”.
  7. “Decidi tu”. Se credi che sia una concessione a prendere una decisione, sbagli di grosso. La vera traduzione è: “sta a te scegliere la giusta alternativa che io penso ma non ti dico perché lo devi sapere da solo”. Fare la scelta giusta significa farsi rispondere “ok”.
    Di nuovo la despota schizoide e l’allocco sottoposto.  Che vergogna e banalità schiaccianti. Non siamo esseri in balia di noi stessi, uomini e donne, io mi indigno di fronte a una cazzata del genere.  Incommentabile la volontà di sottintendere razionalmente e mettere nell’angoscia l’altra persona. Non stiamo tentando di superare un esame, si tratta di sentimenti, di parole, di emozioni e di rapporti. Che immonda cazzata.
    Perché arrenderci? Ripeto, non stiamo in guerra. C’è poi chi vive le relazioni in trincea, ma è un rapporto evidentemente fallace e vizioso di base, che non comporterà nulla di positivo né a una parte né all’altra.

  8. Il silenzio è un messaggio.
    È sintomatico di un disagio, non denota necessariamente una contrarietà, denota un momento di scomodità emotiva, fisica, psicologica, che non si riesce ad affrontare. Il silenzio è una fragilità, è un muro di vetro, altissimo che molto spesso speriamo venga abbattuto da un’adeguata dose di gentilezza e tenerezza.
  9. “5 minuti”. Dipende dal contesto: se si sta vestendo valgono tra i 30 e i 40 minuti. Se invece tu stai vedendo la tv, significa che la devi spegnere in 0 minuti, tradotto: “perché vedi la tv quando potremmo fare qualcosa di più produttivo, assieme?”
    Io penso che il tempo sia un concetto relativo, ma paritario.
    Se impieghi 30/40 minuti a vestirti e li spacci per 5, allora puoi benissimo aspettare anche che la tua dolce metà finisca di guardare la partita o la tv in generale. Tendiamo a giustificare le nostre mancanze, soppesando e soffermando l’attenzione su quelle degli altri. Niente è più vergognoso del  cosiddetto “scarica barile” o (peggio mi sento) “due pesi, due misure”. Perché una persona dovrebbe sentirsi in diritto di avere più diritti del partner?
  10. “Qualsiasi…”. È come “ok” (punto 9), ma peggio. Molte volte è seguito dal punto 10: mi stai ascoltando? Non promette insomma mai nulla di buono, abbassa le orecchie subito.
    “Abbassa le orecchie subito”? Ma a chi ci stiamo riferendo? Possibile che un uomo debba essere trattano come un cane e la donna come il padrone stronzo? Rimango completamente allibita. E viceversa, ovviamente. Rapporto padrone-sottoposto, no buono!
  11. “Grazie!”. Vuol dire “grazie!”. Respira, rilassati, rispondi “prego”.
    È semplicemente buona educazione, non c’è niente di trascendentale.  
  12. “Grazie molte!”. Sottile differenza con il precedente, vuol dire l’esatto contrario. Sarcastico. Non rispondere mai “prego” .
    Aiutatemi a capire questa cagata pazzesca. Vi prego! Non ce la posso fare.
  13. “Possiamo andare dove vuoi”. In molti casi vuol dire “scegli il mio ristorante preferito”. Se non ricordi qual è, procedi per esclusione: è sempre quello più caro
    Perché dovremmo sottintendere sempre altri significati a ciò che diciamo?
    È verissimo che orgoglio e diffidenza fanno da padroni, soprattutto nelle relazioni, ma per far funzionare qualcosa abbiamo ancora bisogno di questi giochini? Inoltre le donne vengono descritte come estremamente venali e materialiste. È vergognoso come l’opinione pubblica si limiti a rapporti di guadagno piuttosto che a rapporti di vero interesse condiviso.

  14. Ok, questa ce l’ho. Lo so che il “dobbiamo parlare” presagisce sempre tempesta, ma una tempesta non rappresenta per forza la morte. Le donne non sono così arpie e gli uomini non sono così cagasotto da non saper affrontare una discussione. E viceversa.
    “Dobbiamo parlare” implica comunque una volontà di comunicazione. Non è una tragedia.
  15. “Cosa stai facendo?” Non è una domanda, significa: “stai facendo qualcosa di sbagliato”. 
  16. “Devi farlo proprio ora?” Anche questa non è una domanda, significa interrompi subito e preparati a ricevere ordini.
    Mi ripeto, ma di cosa stiamo parlando? Io, da donna, mi sento terribilmente offesa da questo pressappochismo idiota. Ricevere ordini, fare qualcosa di sbagliato. Magari in un giochino di ruoli sotto le lenzuola è possibile ricoprire ruoli di generale-soldato, ma fuori dalla camera da letto, ognuno ha una sua dignità, ognuno ha una sua percezione del mondo ed è terribilmente sbagliato tentare di forzare gli atteggiamenti altrui per plasmarmi a proprio piacimento. Ognuno commette errori, ma proviamo a metterci un po’ nei panni dell’altro e avere una prospettiva completa anche di noi stessi, senza pensare di avere addosso scettro e corona, e sotto il culo un trono. Siamo un signor nessuno come tutti. È una solitudine comune, che condivisa fa meno male.

  17. No, “devi imparare a comunicare” significa “devi imparare a comunicare”.
    Nelle relazioni la base fondamentale è la comunicazione. Comunicare qualsiasi cosa, soprattutto il disaccordo. Non serve a niente fingere di essere d’accordo con l’altra parte e abbassare la testa per reprimere la propria personalità o i propri disagi evitando confronti e discussioni. Inevitabilmente si cadrà nel baratro. Imparare a comunicare significa anche imparare a capire il disaccordo a dire “mi stai sul cazzo adesso, ma ti amo lo stesso!”.
  18. “Non sono arrabbiata!!!”. È arrabbiata.
    È straordinariamente difficile mettersi a nudo, dimostrarsi vulnerabili, e la rabbia è una delle reazioni più distruttive che una persona ha. Ognuno ne è al corrente e ognuno se ne vergogna. La rabbia ci rende deboli, la rabbia è “cattiva” e nessuno vuole mettere in mostra quel lato oscuro di sé.  Si dovrebbe capire che dietro al “non sono arrabbiata” c’è un altro ventaglio di emozioni negative e di fragilità che portano a mentire sul proprio stato d’animo. Da questa ottica la rabbia potrebbe far meno paura e affrontarla magari non sembra così spaventoso.  

E l’ultima cosa che vorrei dire è che dovremmo seguire questa massima di G.G. Marquez, racchiude molto l’idea di condivisione completa e rispettosa che vale per qualsiasi genere di relazione, che sia familiare, amicale o amorosa:
Ti amo, non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te.
Nella sua semplicità esprime il miglioramento, l’accettazione e l’amore completamente disinteressato che una persona dovrebbe nutrire in una relazione sana.

Cia’!
Zooey-occhiolino

#TGIF 02

E anche oggi è venerdì.

Tutto ciò che mi scalda il cuore:

  • Le ricorrenze felici.
  • I discorsi stupidi ed esilaranti con le mie sorelle, che mi sollevano anche quando sento il vuoto dentro.
  • Svegliarmi; temere di non aver sentito la sveglia; guardare l’orologio e constatare, nella felicità più assoluta, che posso dormire ancora diverse ore prima che la sveglia suoni.
  • Il freddo invernale che finalmente si avvicina.
  • Divertirmi come una bambina, con un ragazzo veramente strepitoso.