In spiaggia

La spiaggia è un luogo che nella maggior parte dei casi mi butta addosso un disagio assurdo, oltre al caldo che mi fa diventare insofferente.

In spiaggia mi creano DISAGIO:
– Le coppie felici, pomicione e sorridenti; ho capito, anzi, abbiamo capito tutti, tranquilli e vi invidiamo, va bene?! Contenti, brutti stronzi?!
– Le coppie infelici ma toniche
– I belli belli belli in modo assurdo e le belle belle belle in modo assurdo
– Le madri di 3/4 figli in gran forma
– I padri in gran forma
– Tette immense dentro costumi a triangolo (per favore, qualsiasi costituzione abbiate, da ballerina o da balena, abbiate pietà!)
– Slip da uomo BIANCHI o FLUO
– Costume femminile BIANCO
– Gli adolescenti in crisi ormonale, che vorrei prendere a schiaffi
– I bambini che urlano e che io vorrei affogare, ma non posso
– Puntualmente, il mio ciclo e il mio odio per l’estate

La migliore risposta è “VAFFANCULO”

Vivo il mio cambiamento, almeno ora lo posso dire, in serenità.

Ma questo alla gente non interessa.
Alla gente interessa intromettersi, giudicare, senza dare peso a cosa pensi.
La gente parla e ci tiene tanto a farti sapere quello che pensa.
In un buco di città come la mia, poi, i giudizi si sprecano.

E questo si immagina.

La cosa che non avrei mai immaginato è quella di ricevere una specie di sermone da una persona inaspettata, che comunque ha dato anche frutti positivi.

-Tu, Camì, sa’ che je dovevi di’? “Mavvaffanculo!”-
E invece no, non me la sono sentita. Perché il vaffanculo racchiude una rabbia che non riconosco più. La rabbia è faticosa e non ho più voglia di soffrire e faticare.
Perché mi sento leggera, libera. Svuotata di ogni lacrima. Serena.

Perché ora più che mai riconosco la mia umanità e forse, malgrado pecchi di profonda ὕβϱις, riconosco anche quella degli altri.
Riconosco quella fragilità che gli occhi non riescono a nascondere.
Ci passo ogni giorno per quella strada e la conosco bene; i vicoli stretti, i momenti d’ombra e la paura di scivolare e perdersi.
E ora la faccio ad occhi chiusi, senza paura, quasi col sorriso. Senza pensarci. E posso capire. 

Sto ritrovando un’anima innocente e pezzetti di me sparsi un po’ in giro.
Mi ricompongo. Ma non è sopportabile.
Reagisco al dolore. Ma non è comprensibile.
Mi diverto senza il passato. Ma non è accettabile.

È strano accogliere parole che feriscono, annuendo con stoicismo.
E io, di solito, non sono mai stata stoica.
È strano essere travolti da uno sfogo a tratti poco comprensibile.
E io, di solito, sono anche troppo comprensiva.
È strano realizzare di essere di fronte ad un’amicizia diventata lontana, guardinga, fragile e sfiduciata.
E io, di solito, non perdo mai la speranza.
È strano sentirsi dire “ci manchi” e non crederci.
E io, di solito, vorrei proprio mancare.
È strano accettare parole crude.
E io, di solito, la crudezza proprio non la voglio ascoltare.

So che alcune erano parole alcoliche. E non devo dar loro peso, ma come faccio a non dare peso ad alcune informazioni che nemmeno io so di me? È vero che riesci a vedermi? O credi di vedermi? Credi di sapere cosa io sia o cosa sia diventata? Chiariamoci.

In quel momento ero forte, potevo affrontare qualsiasi tipo di avversità.
Anche me stessa, vista con altri occhi.
Anche i giudizi, che fanno male.
Anche quelle parole, che forse in fondo nell’anima, volevo sentire.

Tempo fa c’avrei sofferto profondamente e non nego che ci sto male, e non è facile schivare certe frecce così dirette, ma ora mi sento più forte.

Forse sto guarendo.
Forse sto andando oltre e questo per te, per lui, non va bene?
Non posso reagire?