La depressione dei trentenni

Su Repubblica ho letto questo articolo che denota una fortissima tristezza sociale.
Un trentunenne di Udine si è suicidato lasciando una lettera/accusa alla società e allo Stato.
Non riusciva più a vivere nella sua precarietà, emotiva, sociale e professionale.
E come dargli torto.
Il gesto estremo simboleggia anche un’estremità di ambienti completamente sfavorevole.
E so perfettamente che Michele non è l’unico.
Noi trentenni siamo una generazione depressa, nel senso letterale della parola, una generazione che non è carne ne pesce, una generazione di mezzo, autonoma ma non indipendente, che ancora, con vergogna, grava sulle spalle dei genitori, che non riesce a definirsi, che non riesce a guadagnare uno spazio nella società, ma soprattutto un ruolo.
E come tutti i figli di mezzo tentiamo di essere riconosciuti e molto spesso veniamo fraintesi.
Mentre al festival di Sanremo, giovani vengono definiti “big” e crescono nell’arroganza di “essere qualcuno” perché acquisiscono un minimo di rilevanza mediatica, voglio ricordare che esistiamo anche noi, quelli invisibili, quelli normali che per trovare un minimo di soddisfazione personale, per sapere di contare qualcosa, ci barcameniamo tra un tirocinio e uno stage, tra un lavoro a tempo determinato e l’altro, nella speranza di trovare il nostro posto nel mondo.
La conquista di un impiego è concepita come una fortuna, come un sorriso del Fato, non si dà più peso alle competenze ma all’adattamento, che anch’esso è importante,  ma quanto siamo disposti ad abbassare le nostre aspettative e le nostre ambizioni per andare avanti?
Siamo una generazione che vive alla giornata che non ha una ampia prospettiva di vita, che alla domanda “dove ti vedi tra 5 anni?” risponde in cuor suo e con dolore “non lo so“.
E quel “non lo so” spaventa. Terrorizza, perché è un “non lo so” consapevole, che non offre futuro perché non c’è e che non apre ad ambizioni perché le condizioni cambiano così velocemente da non permettere la costruzione di un progetto.
Non a caso si fugge in altri paesi cercando altre esperienze, non a caso si investe nella propria solitudine e si inventano e ri-inventano nuove soluzioni, costantemente.
Non si può vivere per lavorare, ma è quello che si fa ora, si tenta di sopravvivere in un modo o nell’altro, rifiuto dopo rifiuto, in una società sempre più liquida e inconsistente, sola che non riconosce più la sensibilità e l’emozione: il nostro ruolo perde sempre più significato, sgretolando quelle magre sicurezze che abbiamo, buttandoci in un buio che copre tutto, non soltanto la sfera professionale ma anche quella personale e intima.
È vero che quando qualcosa va male, tutto sembra andare male e magari Michele era arrivato proprio a questo e ha scelto per una soluzione definitiva e questo mi addolora moltissimo.
Michele è lo specchio della generazione anni ’80, che si sente sottovalutata, in primis da sé stessa e in secondo luogo si sente sprecata e paradossalmente lui si è “sprecato” una volta per tutte.
Tutto questo denota un dolore sociale profondo che va ascoltato e non soltanto “celebrato” quando è ormai troppo tardi.
È un gesto che momentaneamente dà una bella sveglia, che urla, ma che purtroppo verrà solo strumentalizzato e poi dimenticato.
E mi domando: il dolore di chi resta, di chi conosceva Michele e di tutti i Michele che vivono la stessa situazione chi lo cura?
Quel dolore così profondo e impotente non può essere sanato, come il cinismo dell’accusa di Michele “Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino“.
La felicità passa dalla comprensione, e la generazione di mezzo chiede di essere capita e non percepita come un ammasso di individui invisibili che devono accettare le condizioni di questo ambiente malato troppo vecchio e troppo giovane che non ci dà spazio né ruolo né attenzione.
Tutto questo è veramente terribile e io non ho più parole.

Annunci

4 Replies to “La depressione dei trentenni”

  1. Negli ultimi tempi (da quasi ventinovenne) mi sto interrogando molto sulla generazione dei trentenni attuale. Secondo me uno dei tanti problemi che abbiamo è che viviamo accartociati in noi stessi, non siamo più in grado di accogliere e comunicare con l’altro. Tutto questo penso nasca dal dramma di lavorare troppo o troppo poco. Chi lavora troppe ore è logorato e non ha voglia di confrontarsi con il prossimo, le uniche esigenze che vuole soddisfare sono le proprie. Chi lavora troppo poco (e parlo di quelli che il lavoro non lo vogliono…) si nasconde dietro le velleità riscoprendosi sulla soglia dei trenta attore, cantante, scrittore e chi più ne ha più ne metta.
    Non è solo un problema di società o di stato, le problematiche partono soprattutto da noi in quanto individui. Dovremmo essere in grado di tornare ad una condizione più “umana” verso noi stessi e verso l’altro.

    Liked by 1 persona

    1. Sono d’accordo e mi fa veramente piacere trovare persone come te che credono ancora nel concetto di “umanità” come sentimento.
      Io credo che sia società che individui siano connessi tra loro, e le condizioni di vita sono correlate a questo rapporto società-individuo.
      Più gli individui si “accartocciano” tra loro (come dici tu), più la società si giustifica nell’indifferenza e viceversa.
      Ovvio che il meccanismo dovrebbe essere induttivo, ma gli individui in generale, soprattutto adesso, si adagiano su una costante pigrizia.
      Io non sono così, ma molte persone che conosco (coetanei e non) non si interessano minimamente e vivono nel loro “spazio” e più vado avanti e più la situazione sembra peggiorare.
      Nel mio piccolo tento di fare la differenza ma sono sempre più scoraggiata dall’andamento generale.
      Purtroppo è come un cane che si rincorre la coda.
      Si dovrebbe spezzare questo cerco di “egocentricità” e alzare un po’ gli occhi, ma pochi sono disposti a farlo.
      E questa cosa mi deprime, ma capire che esistono persone come te che riescono ad avere questa attenzione mi solleva molto!

      Mi piace

      1. La tua frustrazione è la mia frustrazione. Ho deciso però di non lasciarmi abbattere da questa frustrazione e di accettare l’altro per quello che può dare e quando posso cerco di far notare il problema dell’ego-autoriferito di noi trentenni. Molti di noi sono molto fortunati e in qualche modo possono dire di condurre una vita agiata ma questo non è per loro abbastanza per potersi godere la vita. La dove non ci sono, ci si creano problemi dal nulla che poco comprendo. Si è sempre depressi e tristi ma perché? Non è che forse è solo una cattiva abitudine?! Accanto a questo egocentrismo aggiungo la totale incapacità di affrontare i problemi perché vorrebbe dire impegnarsi sul serio. Allora che si fa? Ci si nasconde dietro frasi del tipo “non ti amo più” (e ultimamente non so cosa sta succedendo ma di questi casi ne ho sentiti veramente tanti…). Quel “non ti amo più” è un piccolo mignolo dietro il quale provare a nascondere il macigno di essere inadeguati alla vita, all’impegno, al compromesso. Alla fine di tutto questo giro l’unica cosa importante è rimanere vigili e consapevoli ed evitare di farsi trascinare in questi meccanismi perversi.

        Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...