Elementare, Sherlock Holmes.

Grazie a Netflix (sempre sia lodato) ho visto Sherlock, serie televisiva britannica, di gran spessore attoriale e filmico prodotta dalla BBC.

So perfettamente che è una serie tv datata 2010 e che quindi sono un po’ in ritardo, ma la mia affezione per il personaggio di Sir Arthur Conan Doyle mi ha fatto essere sempre molto scettica nell’approfondimento della visione.

Quando leggevo i romanzi ero fortemente affascinata da Sherlock Holmes, per diverse ragioni:
– perché come lui ho sempre pensato che i singoli dettagli facciano la differenza e che è necessario badare anche alle cose più sottili e impercettibili per comprendere concetti più generali.
– perché la singolarità della sua atarassia e la minuzia della sua metodicità per un’emotiva caotica come la sottoscritta, mi incuriosivano ferocemente.
– perché è inglese. E tutto ciò che è inglese ha una marcia in più. (secondo me)

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Con ciò sto tentando di giustificare la mia riluttanza alla visione della serie tv che, pensavo, mi avrebbe molto deluso e invece, nuovamente, ho dovuto ricredermi.

Sherlock è una serie tv composta da 3 stagioni da 3 episodi l’una, più un episodio “riassuntivo”; l’atipicità si riscontra nella durata degli episodi.
Ogni episodio dura circa 90 minuti. La durata dunque è raddoppiata rispetto ad un episodio “tradizionale” di qualsiasi serie tv, e fa sì che ci si trovi davanti un vero e proprio prodotto cinematografico di alto livello. La trama (che sostanzialmente è come quella di un vero e proprio il film) riesce sempre a mantenere alta l’attenzione dello spettatore e contemporaneamente a non banalizzare le vicende, disperdendosi.
Ogni episodio consiste in un’indagine a sé stante, ma di fondo è sempre presente una narrazione più generale che fa da filo rosso a tutte le stagioni e che include la vita di Sherlock Holmes, di John Watson e degli eventi machiavellici attuati da Jim Moriarty.
I personaggi sono estremamente attinenti a quelli di Arthur Conan Doyle.
L’unica differenza è l’epoca.  Ci troviamo in una Londra dei giorni nostri, non troppo differente a livello economico, tecnologico e sociale da quella vittoriana del vero Sherlock Holmes.
Durante la narrazione i personaggi evolvono e diventano sempre più caratteristici, dimostrando un’umanità e una passione disarmanti, anche lo stesso Sherlock.

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C’è da dire che una serie tv come Sherlock ha una lavorazione alle spalle estremamente specifica e dettagliata.
Generare un prodotto su un personaggio così conosciuto e apprezzato non soltanto dal popolo inglese, ma da tutto il mondo e renderlo coerente con la penna di Sir Conan Doyle ha posto la BBC in una posizione ambivalente di vantaggio/svantaggio, proprio per la portata delle aspettative che genera la narrazione e la caratterizzazione dei personaggi.
La BBC (Steven Moffat, in particolare), nel 2008, ha accettato la sfida, mettendosi alla prova e guadagnando, nel 2010, un enorme successo.
Non a caso la lavorazione di ogni serie è talmente lunga e accurata da impiegare circa 2 anni tra la preproduzione e la postproduzione, tutto ad indicare una cura non indifferente, che lancia un guanto di sfida alle grandi produzioni US e in questo l’algida bellezza britannica vince.
Nel 2012, infatti, anche la CBS ha tentato di intraprendere lo stesso viaggio con Elementary, senza grande successo.

La riuscita dell’intento di Steven Moffat è dovuta anche alle grandi capacità attoriali di tutte le persone coinvolte.
La scelta del cast di immenso spessore offre valore al prodotto e ad ogni dettaglio; e non mi riferisco soltanto a Benedict Cumberbatch (sempre sia lodato), ma anche a Martin Freeman e a tutti gli attori che calzano le vesti dei personaggi perfettamente e che vanno quindi ad incrementare il successo dell’opera.

Dunque, facendola breve, contro ogni mia aspettativa Sherlock è entusiasmante, divertente e ammaliante: da vedere assolutamente.

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