La Buona Uscita della Generazione anni ’80

Lucrezia Sembiante e Marco Macaluso de “La Buona Uscita” sono i due poli di una società critica e cinica, che invece di imparare a conoscere e migliorare il proprio riflesso, preferiscono sfogare le proprie manie di protagonismo, attraverso il sesso, lei, e le manipolazioni strategiche, lui.
Due protagonisti che padroneggiano in maniera ambivalente un’illusoria forza per nascondere una profonda fragilità.
Due vite vuote, diversamente fallite che tentano malamente di essere riempite, dove grava pesantemente quella sola monumentale inezia che è il tempo che passa e che divora ogni attimo.

Marco è il cinico, imprenditore che pur di farla franca è disposto a tutto.
Lucrezia, come tutte le donne, tenta di essere capita e per colpa (o merito) di Marco è messa di fronte ad una scelta.

“Denunciare qualcosa di disonesto dovrebbe essere la cosa più facile da fare in un paese onesto.” “Chi doveva pagare ha pagato.” Sono le frasi che più scioccano, nell’explicit del film.  Lasciando una profonda sensazione di amaro e incompletezza nell’animo, perché l’onesta così trasparente e chiara deve tacere di fronte alle contingenze.

Il piano narrativo del film si snoda tra sequenze lente e primi piani estremamente teatrali; le dinamiche umane vengono in superficie, o meglio, scendono in una profondità di meccanismi problematici e disagianti, denunciando una società fatta di maschere, che nasconde la polvere sotto il tappeto, che invece di guardare negli occhi il dolore o meglio, la consapevolezza preferisce eluderla con un matrimonio senza amore o con l’approfittarsi del prossimo perché semplicemente è concesso.
Il teatro di tutto questo è una Napoli agghiacciante, indifferente e sola, che cammina per squarci di strade, di cibo e di cielo e di mare dove il sole dà una luce grigia a spazi, soprattutto emotivi, che sappiamo esistono, ma non vorremmo vedere.
Una Napoli espressa, soprattutto dai silenzi, dal non detto e dagli occhi disillusi e consapevoli di Lucrezia e dagli occhi arroganti e antipatici di Marco.

Enrico Iannone, classe ’89, parla di sè: del suo tempo e di noi, generazioni anni ’80, persa e sola di fronte ad una generazione passata e adulta che è ancora allo sbando e che fornisce una base tutt’altro che solida e affidabile al futuro.
Ci mostra un esempio diretto di disumanità davanti alla quale rimaniamo completamente disarmati.

bu

Che ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.