Mentalità autoreferenziale


Post autoreferenziale che tanto autoreferenziale non è.


Come ho già detto vivo in un buco di città, di un buco di Provincia, di un buco di Regione.
Quando ero più piccola, o più ciòvane, non pensavo di essere influenzata dalla tipica mentalità di provincia e tentavo di estraniarmi il più possibile da essa.
Un po’ perché l’ingenuità dell’adolescenza me lo permetteva, un po’ perché di carattere sono controdipendente e quindi non seguo di principio qualsiasi cosa che possa ricordare una tendenza o una moda o un pensiero “di maggioranza”.
Non seguo il gregge perché non mi viene. Marciando fuori tempo, col mio personale ritmo, come urlava qualcuno.

blacksheep

Da adolescente ho sempre avuto una visione abbastanza critica delle circostanze che vivevo e all’epoca prendevo posizioni senza sfumature, mentre ora posso ammettere, candidamente, che con la maturità (si spera) sono in grado di fare un ragionamento più critico e di riuscire a vedere molte sfumature a me sconosciute, ma queste alimentano ancora di più la mia controdipendenza.

Devo essere sincera: mi sono sempre trovata inadeguata rispetto alle dinamiche amicali di cui mi circondavo, non perché sono una sociopatica (si spera), ma perché non mi adattavo o non riuscivo ad adattarmi completamente a quei meccanismi; non riuscivo a capire i vari sviluppi intrinseci delle interazioni e lentamente i rapporti, sia per divergenze, che per crescita si sono infranti e interrotti, anche in maniera emotivamente violenta.
L’interruzione e la rottura di quei rapporti mi feriva e mortificava profondamente e credo che nessuna di quelle persone abbia mai capito quanto effettivamente ci soffrissi e quanto ci abbia sofferto e non nego che quei distacchi mi facevano percepire come l’elemento sbagliato.
Quella nel torto, insomma. Pensavo fosse un mio problema, da risolvere seriamente.
L’estraniazione sia interna, cioè mia personale, intima che esterna, cioè quel meccanismo che si innescava quando le persone mi lasciavano andare, preferendo altro, mi faceva percepire me stessa come un enorme, pesante e ingombrante errore.
Mi ripetevo che sicuramente ero io a sbagliare; e quell’isolamento era giustificato.
Ero giustamente lasciata sola ed era giusto che mi sentissi inadatta.
Meritavo quella sorta di abbandono. E soffrivo tantissimo perché non ero “accettata”.

meangirl

Crescendo e conoscendo altri ambienti e altre persone mi sono resa conto che quei meccanismi non erano completamente di mia responsabilità.
La responsabilità è anche dell’ambiente in cui viviamo.
Il buco di città di cui parlavo sopra. (che poi alla fine tutte le città sono un buco di città.)

Un buco di città in cui la gente non fa altro che sparlare dietro e scambiare finti sorrisi di apprezzamento davanti.
È un ambiente in cui l’apparenza è molto più rilevante della sostanza, a livello sia professionale che personale.
È un terreno minato dove non si sa mai dove poter muovere i passi per salvarsi.

fallin

Sia chiaro: è una città che io amo alla follia, è bellissima, intensa e spacca il cuore per quanto è affascinante, in particolare la notte, ma lo spirito che la abbraccia, rispecchia una natura autoreferenziale, critica, arrogante e ignorante.

Più “analizzo” le dinamiche più noto che sono quasi tutte uguali e che magari non tutti gli elementi avulsi sono sbagliati.
Magari, MAGARI, è la massa che si comporta in maniera completamente assurda, perché immersa fino al collo in un circolo vizioso maligno.

Un esame di coscienza collettivo potrebbe risultare utile.
Perché i miei coabitanti tendono a pensare questo:
1)  Io sono al centro dell’universo e le persone si interessano (in bene e in male) a me.
2) Tutti i miei problemi sono molto, ma molto più importanti di qualsiasi altro problema.
3) Io sono la persona più meglio di tutte e se tu a me mi criticheresti io ti lapiderei in pubblica piazza! (PERDONO, l’ERRORE È VOLUTO per sottolineare il punto che segue)
4) Un’ignoranza (di cui sopra) non soltanto lessicale bensì primordiale, che non puoi, o meglio, non devi correggere altrimenti risulteresti la stronza che ha fatto le “scuole alte” e che fa leva sulle “debolezze altrui” per pavoneggiarsi!
Ma stiamo scherzando?!?
jdwhy

Le persone dovrebbero almeno intuire che il mondo non ruota affatto intorno a loro e che se aprissero un po’ gli occhi si accorgerebbero che ci sono dimensioni molto più imponenti, problemi molto più importanti e persone più intelligenti e sensibili, ma no!
È meglio rimanere nel buco di città, dove la gente è altrettanto bacata.
È meglio rimanere in quel cerchio dove le dinamiche si conoscono senza allargare gli orizzonti. È meglio additare come strano o diverso o imperdonabile chi si comporta diversamente anziché fare autocritica.

ipocrita

La vecchia storia della pagliuzza e della trave, insomma.
Cosa che non mi va affatto giù ma fortunatamente sento dentro di me, che la mia controdipendenza e la mia inadeguatezza, non erano poi così sbagliate, credo mi abbiano aiutato a uscire dal labirinto sociale in cui gran parte delle persone che conosco sono ancora intrappolate e da cui non vogliono scappare.

Mi assale una profonda consapevolezza dei miei bisogni. Mi sto accorgendo che sto selezionando le mie amicizie e le mie relazioni e mi sento anche orgogliosa di pretendere di più dai rapporti, di non accontentarmi più di una superficiale interazione, perché è giusto pretendere di più, perché è giusto selezionare il proprio spazio vitale ed è giusto in quei limiti stare bene.

Non si deve cadere nell’equivoco che fuori dalla massa non c’è spazio per esprimersi, anzi è esattamente l’opposto; è quando prendi un po’ di distanza che capisci cosa effettivamente vuoi e di cosa o di chi hai realmente bisogno.

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