Donne, e uomini, ribelliamoci!

Sono indignata, completamente indignata da un articolo di RepubblicaDonna, che recita  “Le 25 cose che le donne dicono e gli uomini non capiscono.”

L’articolo allude a 25 frasi o semplici parole che le donne pronunciano e che gli uomini non capiscono o contraddicono, scadendo nella banalità di un pressappochismo scontato e gretto.
Le frasi descrivono una donna capricciosa, ansiosa, insicura e prepotente di fronte ad un uomo poco consapevole, imbranato e disattento.
Ritengo che questo articolo è un insulto a donne e uomini, sostengo che se riuscissimo ad aprire il cervello alle nostre emotività riusciremmo a dare una lettura molto più profonda.
L’articolo si accontenta della banale idiozia stereotipata; contestualizzazione e analisi psicologica non sono minimamente contempletati.
Le relazioni, donna-uomo, uomo-uomo, donna-donna, non si costruiscono così,  si costruiscono nella consapevolezza dell’altro e nella responsabilità di riconoscere di far parte di mondi diversi che si scontrano, si incontrano e a volte, se si è abbastanza fortunati, si uniscono.

Io non mi intendo di relazioni, sono una frana, ma non sono così scontata. E soprattutto tendo a migliorare tutti quei difetti che vedo e di smussare i miei limiti nella volontà di fondare un rapporto di fiducia solido.
Mi rifiuto di essere categorizzata in una serie di insulti sia all’intelligenza femminile, che a quella maschile.
Dobbiamo ritrovare la sensibilità, le emozioni.
Costruire un muro di semplici giochetti manipolatori non ha niente a che vedere con un ideale di rapporto serio e profondo, basato sul quel sentimento così travolgente che è l’Amore.

Ritroviamo un minimo di umana intelligenza! Un legame dovrebbe essere sincero e concreto, non chiuso in mezzucci che “affondano” qualsiasi tipo di dignità e di identità di genere.


  1. Caro uomo e cara donna, la questione non è poi così semplice, è necessario contestualizzare la situazione. È vero che “niente” può significare “tutto”, ma può significare anche “niente”. Abbiamo a che fare con muri emotivi, dobbiamo capire effettivamente e delicatamente cosa stia succedendo, non tanto affannarci nel risolvere in fretta,  “scoprire in fretta” la matassa; molto spesso la fretta peggiora semplicemente le cose.
  2. .
    Le persone hanno continuo bisogno di rassicurazione, non soltanto nell’aspetto fisico, ma nell’aspetto dello spirito. La domanda “pensi che questo vestito mi ingrassi” nasconde un’insicurezza di fondo, nasconde la disperata richiesta di accettazione, difetti compresi. E non pensate che per gli uomini sia differente! Tutti invecchiamo, tutti diventiamo più brutti e rugosi, ma avere qualcuno che ci ricorda quanto siamo “belli” a prescindere dall’aspetto fisico ci può riempire di sicurezza e farci vivere con meno affanno quella ricerca costante di accettazione che tanto è necessaria per sentirci bene con noi stessi.
  3. “Gira al largo”. No, non mostrarti carino, non cercare il riavvicinamento, non fraintendere, non considerarlo un permesso. Va preso alla lettera, è un divieto.
    Non è assolutamente un divieto. È l’espressione di un diritto. Hai assolutamente il diritto di non volere più intorno quella persona. Ed è un tuo diritto dimostrarglielo, civilmente. Qualsiasi tentativo di riavvicinamento, se non dichiarato, sarà interpretato come un’intromissione e ognuno ha il diritto di difendersi.
  4. “No”. Vuol dire no. Punto.
    Niente da obiettare. L’unico punto logico.
  5. “Sì”: in alcuni casi vuol dire “no”. Ci sono eccezioni ed è davvero difficile distinguere un vero sì da un falso. Statisticamente, l’uomo sbaglia sempre.
  6. “Forse”. Vuol dire comunque “no”.
    Se “no” significa “no”, perché “sì” dovrebbe significare “no”? Se la donna (o l’uomo) ha turbe mentali al tal punto da essere bipolare, la colpa non è dell’uomo (o della donna) che “sbaglia sempre”, ma della persona che non esprime sinceramente quello che sente. Ovvio che dimostrarsi vulnerabili è difficile, e serve una buona dose di coraggio, ma non scadiamo in questo circolo vizioso immaturo e irresponsabile che porta soltanto alla (auto)distruzione. Uguale per il “forse”.
  7. “Decidi tu”. Se credi che sia una concessione a prendere una decisione, sbagli di grosso. La vera traduzione è: “sta a te scegliere la giusta alternativa che io penso ma non ti dico perché lo devi sapere da solo”. Fare la scelta giusta significa farsi rispondere “ok”.
    Di nuovo la despota schizoide e l’allocco sottoposto.  Che vergogna e banalità schiaccianti. Non siamo esseri in balia di noi stessi, uomini e donne, io mi indigno di fronte a una cazzata del genere.  Incommentabile la volontà di sottintendere razionalmente e mettere nell’angoscia l’altra persona. Non stiamo tentando di superare un esame, si tratta di sentimenti, di parole, di emozioni e di rapporti. Che immonda cazzata.
    Perché arrenderci? Ripeto, non stiamo in guerra. C’è poi chi vive le relazioni in trincea, ma è un rapporto evidentemente fallace e vizioso di base, che non comporterà nulla di positivo né a una parte né all’altra.

  8. Il silenzio è un messaggio.
    È sintomatico di un disagio, non denota necessariamente una contrarietà, denota un momento di scomodità emotiva, fisica, psicologica, che non si riesce ad affrontare. Il silenzio è una fragilità, è un muro di vetro, altissimo che molto spesso speriamo venga abbattuto da un’adeguata dose di gentilezza e tenerezza.
  9. “5 minuti”. Dipende dal contesto: se si sta vestendo valgono tra i 30 e i 40 minuti. Se invece tu stai vedendo la tv, significa che la devi spegnere in 0 minuti, tradotto: “perché vedi la tv quando potremmo fare qualcosa di più produttivo, assieme?”
    Io penso che il tempo sia un concetto relativo, ma paritario.
    Se impieghi 30/40 minuti a vestirti e li spacci per 5, allora puoi benissimo aspettare anche che la tua dolce metà finisca di guardare la partita o la tv in generale. Tendiamo a giustificare le nostre mancanze, soppesando e soffermando l’attenzione su quelle degli altri. Niente è più vergognoso del  cosiddetto “scarica barile” o (peggio mi sento) “due pesi, due misure”. Perché una persona dovrebbe sentirsi in diritto di avere più diritti del partner?
  10. “Qualsiasi…”. È come “ok” (punto 9), ma peggio. Molte volte è seguito dal punto 10: mi stai ascoltando? Non promette insomma mai nulla di buono, abbassa le orecchie subito.
    “Abbassa le orecchie subito”? Ma a chi ci stiamo riferendo? Possibile che un uomo debba essere trattano come un cane e la donna come il padrone stronzo? Rimango completamente allibita. E viceversa, ovviamente. Rapporto padrone-sottoposto, no buono!
  11. “Grazie!”. Vuol dire “grazie!”. Respira, rilassati, rispondi “prego”.
    È semplicemente buona educazione, non c’è niente di trascendentale.  
  12. “Grazie molte!”. Sottile differenza con il precedente, vuol dire l’esatto contrario. Sarcastico. Non rispondere mai “prego” .
    Aiutatemi a capire questa cagata pazzesca. Vi prego! Non ce la posso fare.
  13. “Possiamo andare dove vuoi”. In molti casi vuol dire “scegli il mio ristorante preferito”. Se non ricordi qual è, procedi per esclusione: è sempre quello più caro
    Perché dovremmo sottintendere sempre altri significati a ciò che diciamo?
    È verissimo che orgoglio e diffidenza fanno da padroni, soprattutto nelle relazioni, ma per far funzionare qualcosa abbiamo ancora bisogno di questi giochini? Inoltre le donne vengono descritte come estremamente venali e materialiste. È vergognoso come l’opinione pubblica si limiti a rapporti di guadagno piuttosto che a rapporti di vero interesse condiviso.

  14. Ok, questa ce l’ho. Lo so che il “dobbiamo parlare” presagisce sempre tempesta, ma una tempesta non rappresenta per forza la morte. Le donne non sono così arpie e gli uomini non sono così cagasotto da non saper affrontare una discussione. E viceversa.
    “Dobbiamo parlare” implica comunque una volontà di comunicazione. Non è una tragedia.
  15. “Cosa stai facendo?” Non è una domanda, significa: “stai facendo qualcosa di sbagliato”. 
  16. “Devi farlo proprio ora?” Anche questa non è una domanda, significa interrompi subito e preparati a ricevere ordini.
    Mi ripeto, ma di cosa stiamo parlando? Io, da donna, mi sento terribilmente offesa da questo pressappochismo idiota. Ricevere ordini, fare qualcosa di sbagliato. Magari in un giochino di ruoli sotto le lenzuola è possibile ricoprire ruoli di generale-soldato, ma fuori dalla camera da letto, ognuno ha una sua dignità, ognuno ha una sua percezione del mondo ed è terribilmente sbagliato tentare di forzare gli atteggiamenti altrui per plasmarmi a proprio piacimento. Ognuno commette errori, ma proviamo a metterci un po’ nei panni dell’altro e avere una prospettiva completa anche di noi stessi, senza pensare di avere addosso scettro e corona, e sotto il culo un trono. Siamo un signor nessuno come tutti. È una solitudine comune, che condivisa fa meno male.

  17. No, “devi imparare a comunicare” significa “devi imparare a comunicare”.
    Nelle relazioni la base fondamentale è la comunicazione. Comunicare qualsiasi cosa, soprattutto il disaccordo. Non serve a niente fingere di essere d’accordo con l’altra parte e abbassare la testa per reprimere la propria personalità o i propri disagi evitando confronti e discussioni. Inevitabilmente si cadrà nel baratro. Imparare a comunicare significa anche imparare a capire il disaccordo a dire “mi stai sul cazzo adesso, ma ti amo lo stesso!”.
  18. “Non sono arrabbiata!!!”. È arrabbiata.
    È straordinariamente difficile mettersi a nudo, dimostrarsi vulnerabili, e la rabbia è una delle reazioni più distruttive che una persona ha. Ognuno ne è al corrente e ognuno se ne vergogna. La rabbia ci rende deboli, la rabbia è “cattiva” e nessuno vuole mettere in mostra quel lato oscuro di sé.  Si dovrebbe capire che dietro al “non sono arrabbiata” c’è un altro ventaglio di emozioni negative e di fragilità che portano a mentire sul proprio stato d’animo. Da questa ottica la rabbia potrebbe far meno paura e affrontarla magari non sembra così spaventoso.  

E l’ultima cosa che vorrei dire è che dovremmo seguire questa massima di G.G. Marquez, racchiude molto l’idea di condivisione completa e rispettosa che vale per qualsiasi genere di relazione, che sia familiare, amicale o amorosa:
Ti amo, non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te.
Nella sua semplicità esprime il miglioramento, l’accettazione e l’amore completamente disinteressato che una persona dovrebbe nutrire in una relazione sana.

Cia’!
Zooey-occhiolino

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4 Replies to “Donne, e uomini, ribelliamoci!”

  1. Gli articoli online di testate autorevoli o che pretendono di essere tali trovo che sempre più spesso sembrino presi dal Cioè o comunque da un giornaletto. Questo che riporti ne è un esempio.
    E se la cosa non è deprimente abbastanza, allora aggiungiamo che chi ha scritto l’articolo si fregia del titolo di “giornalista”.

    Ma forse la colpa non è tutta loro. È anche il pubblico che li ha educati così. Se parli con la gente in giro scommetto pensano le stesse cose che sono presenti in quell’articolo.

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